Le trame e gli orditi segnici e cromatici della vita
Circa un anno fa, presentando alcune opere di Myriam Cappelletti in occasione di una mostra a Pietrasanta, ebbi modo di osservare come nella sua coinvolgente visionarietà, atemporale ed evocatrice, si potesse individuare, quale elemento peculiare, la presenza di un solido costrutto che rivela la sua matrice geometrica e formale, stemperantesi e dissolventesi in decise policromie dai toni caldi del rosso-arancio oppure freddi del blu-violaceo e del grigio o ancora in ‘dilavate’ ed impalpabili nebbie cromatiche, ‘ferite’ e trapassate da caldi bagliori di luce dorata, che recepiscono numeri, alfabeti, frecce e segni di una misteriosa simbologia primaria e quasi ‘pre’-istorica interiore ed interiorizzata attraverso la memoria, come palinsesti su muri dilavati dal tempo.
Questa prima impressione, che allora ebbi, delle opere della Cappelletti rimane sostanzialmente valida anche per la sua più recente produzione artistica, che viene presentata in questo nuovo suo catalogo.
Myriam Cappelletti, come si diceva, ha tratto dalla Storia ancestrale dell’uomo, dai meandri più profondi del suo inconscio primordiale un repertorio di segni ‘cosmogonici’, di immagini e di tecniche che poi ha personalmente rielaborato in un linguaggio decisamente ‘post-moderno’, ovvero che ha superato le barriere labili di quel presunto ed obsoleto limes tra figurativo ed informale, quel confine, cioè, che costituisce la sponda incerta e mutevole del fiume, ora calmo ora impetuoso, del fluire dell’esistenza, del cui riflesso si riveste l’universo onirico e segnico di una semiotica concettuale e lirica. Da qui una consapevolezza della percezione dell’infinito, assieme ad una potente sensazione di libertà. In effetti, le opere della Cappelletti racchiudono un intero ‘universo’ e nell’intricato labirinto di ‘sculture’ pictae e di tele incrostate di intonaci evanescenti, di ‘pietre’ fatte di aria cromaticamente dissolventesi nei toni pastello, nel dedalo di ‘strade’, tra i virtuali ‘affreschi’ ora grumosi ora acquosi ed eterei, tra gli inserti di stoffe sgargianti, di materiali ‘assiepati’, disegni ‘arrotolati’ innanzi tutto nella mente, perlinature rilucenti e terrecotte dal sapore di ex voto archeologici, in quel vorticoso ‘disordine’ emerge tutta la vis ed il furor pingendi dell’artista, il suo modo coinvolgente e totalizzante, allucinatamente lirico e passionario, di intendere l’arte.
Il suo studio, dove più che lavorare vive, diviene, in tal modo, una metafora caotica ed ordinata ad un tempo, o, meglio, un prolungamento psicologico ed emotivo della mente dell’artista stessa: come le idee si aggrovigliano, si affastellano e si confondono nella mente ‘creatrice’, per poi giungere piano piano al una chiarificazione e ad un ordine, enucleando solo alcuni concetti, così nell’apparente caos senza senso (per chi non sa vedere) mano a mano l’occhio si abitua e l’osservatore può estrapolare le singole matrici segniche dal vorticoso ‘magma’ che le ha ispirate e prodotte in una necessità assoluta e categorica, intellettuale e, direi, quasi fisica.
Con lati riferimenti psicologici e freudiani (o, meglio, junghiani) all’esistenza umana e all’inconscio individuale e collettivo, le cicatrici dell’anima e dei sentimenti hanno un riscontro estetico-formale nell’originaria matrice del monocromo novecentista lacerato, qualificato dai richiami all’astrazione italiana della seconda metà del Novecento e, in particolare, a certa gestualità concettuale di Giorgio Celiberti, maestro udinese da lei apertamente ammirato.
La sua pittura mi piace perché è robusta e raffinata nello stesso tempo; perché c’è dentro un senso di solidità delle cose, una soddisfazione della fisicità, un piacere nella fatica di esistere, e insieme una continua ricerca della musica che scorre tra le cose, ritmo e canto. Il mondo ha per lei tutto il suo peso doloroso, la sua opaca difficoltà ma è proprio attraverso a tutto questo che raggiunge la sua colorata esultanza e salute. La speranza, tra gioia e sarcasmo, nonostante tutto.
La pittura ‘informale’ di Myriam Cappelletti – soprattutto i suoi ‘muri’, graffiati, incisi, tormentati nel segno, le sue pareti ricoperte di frasi e di lettere ‘cancellate’ dal tempo e rese ‘intra-visibili’ – sono pareti interiori che, al pari di un palinsesto, raccolgono emozioni e sentimenti di un’intera esistenza, divenendo riflessione come in un personalissimo diario. Le tele ’murarie’ della Cappelletti sono ‘pagine’ fatte di silenzi, dove si rifrangono le luci del giorno, i bagliori dell’alba e i riflessi del tramonto, le ore, le opere e i giorni; la granulosità materica di quegli intonaci trasuda della Storia che ciclicamente si ripete – o forse di quei Segmenti di storie, che danno il titolo ad una sua istallazione di stoffe dipinte ed appese a soffitti, sorta di tende etniche che proteggono come case effimere nei deserti dell’anima –ed il colore si mostra in effige, divenendo esso stesso icona tribale. È il luogo del tempo e dello spazio, del tutto e del nulla, dell’affastellarsi di segni-Signs (alfabetici o architettonici, tratti da internet o richiamantisi alla natura, come l’inconfondibile icona del cipresso toscano) e del silenzio che ‘grida’, della Storia stessa che si ‘liquefa’, del colore che si va slavando sotto l’effetto meteorico interiore, ma che la memoria ritonifica. Memoria e caldo ricordo come appartenenza atavica e quasi ‘carnale’ a quella Terra che conosco. Lettere alfabetiche dilavate dagli anni, come macchiate dall’inchiostro e dalla ruggine della vita e del tempo, veloci frasi scritte in un bianco corsivo assumono anche il significato di fili spinati interiori, di campi di concentramento dai quali pare scaturire un grido di libertà incondizionata. Una meditata pausa di riflessione fatta di parole e, come si è detto, di silenzi, quel silenzio ‘deflagrante’, nel quale solamente puoi ascoltare ed ascoltarti: Sit down and look, allora, fermati un attimo nella corsa affannosa dell’esistenza senza senso e guarda dentro, la luce dorata nel grigio-blu di un confuso mosaico prende mano a mano forma e fa ordine mentale nell’omonimo trittico della Cappelletti.
Le superfici di questi finti muri – segnate artificialmente e ‘teatralmente’ da dilavature del tempo (ed in questa maestria si riconosce l’originaria e puntuale preparazione tecnica della Cappelletti), da ‘ossidazioni’ irreali (cicatrici dell’anima, interiorizzazioni del dramma esistenziale del vissuto a livello individuale, ma anche collettivo e generazionale) – assumono tutto l’incanto dell’inesorabile trascorrere della vita e dell’invecchiamento (si osservi Il tempo che scorre, con gli ossessivi richiami ad ingranaggi, contatori, orologi in dinamica sfocatura neofuturista), quando l’angoscia del fallimento pare far declinare l’umana parabola nel buio del nulla. Ma tale invecchiamento non è ‘morte’, bensì segno di un’altra vita sottesa, che eternamente e ciclicamente ricorre sulle ali impalpabili di una rinata bellezza formale, denunciata dalle assonanze e dissonanze tonali, nelle loro connotazioni calde e fredde. Allora e solamente allora, nella grumosità violacea di forme quadrate trapassate da reiterati graffiti confusi, può riemergere la figurazione della cupola della grande Cattedrale, con richiamo a Roma caput Mundi e alla Basilica di San Pietro.
‘Tavole’ fatte di tela, dove nel pigmento sono incisi delicati motivi fitomorfi, fossili riemergenti dal di dentro dell’uomo. Intersecazioni, dove figure geometriche primarie, scorci di edifici intuiti e frammenti di natura pietrificata, fattasi petrigna ‘lastra’ della memoria, si mescolano e affastellano, secondo gli irrazionali dettami del sogno. ‘Muri’, appunto, dove ritorna impresso, graffito, scritto (‘segnato’) il motivo della lettera-capolettera e del nome, ora in corsivo, ora a grandi lettere a stampatello, ora iniziato ed interrotto a metà, ora cancellato o riemergente ed evanescente sotto strati di colore screpolato o di colature. Il nome come essenza ultima dell’individuo e lo scrivere, la parola scritta sui muri e sulle pagine ingiallite dell’anima come atto che trasmette sentimenti, emozioni, passioni, gioie, serenità, ideali, drammi, dolori che il tempo non può cancellare.
Una pittura emotiva, istintiva, tormentata nell’acribia dell’esecuzione che solo di primo acchito può sembrare gestuale, ricca di ripensamenti e di ‘cancellature’, che donano alle ‘carte’ e ai cartoncini increspati e in alcuni casi in parte rivestiti di stoffe ‘sgranate’ a trama larga (talvolta riportati su ‘scabroso’ fondo monocromo) un’epica suggestione esistenziale, in una visione empatica con gli eventi ‘narrati’ e, nel contempo, vibratamente e sinteticamente concettuale, sempre tesa e senza mai cadute di tono in uno scontato romanticismo al ‘femminile’. Paradigmatico il trittico de La direzione, con accenni di alberi, di solarità raggiate in bianco, di vele, di spirali di conchiglia e con quel pesce che ‘segna’ la direzione, il percorso di una vita, tra onde che nel terzo pannello divengono matericamente bloccate nell’attimo fuggevole e dinamico indicante opposti versi di una medesima direzione. Così anche ne La versione opposta delle cose, un dittico nel quale contrasta in dinamico colloquio il blu-violaceo del primo pannello con il rosa-purpureo e rosaceo del secondo e i profondi solchi ‘graffiati’ nel pigmento indicano direzioni verticali, in ‘salita’-ascesa o in ‘caduta’-precipizio.
Nelle grandi tele la pittrice aggiunge materia e poi talora la scava, in un contrasto emblematico tra pieni (elementi applicati sulla superficie) e vuoti, tra luce ed ombra. Le visioni ‘ingenuamente’ infantili di pesci e di farfalle ci rimandano ad un messaggio profondo, dolcissimo ed amaro (nostalgico, nella sua accezione etimologica di ‘dolore per le cose conosciute’): i suoi sono ‘quadri’ di vita, di amore, di libertà. Come un cieco veggente che con le mani dischiude muri ed intravede cieli, così la Cappelletti ci fa intuire, liricamente, quei cieli interiori, in una pittura compulsivamente gestuale, dove le cromie cupe si accendono simbolicamente nei rossi vibranti e si stemperano negli azzurri cristallini e nei vapori grigio-cerulei o rosacei e rosati. Le accensioni cromatiche in contrappunto si illuminano d’infinito e ungarettianamente d’immenso, sono ricordi di anni perduti che aprono quei muri pesanti e segnati dell’esistenza umana verso volte celesti, in uno stupore e in una contemplazione universale, nostalgicamente disincantata (“contemplando i deserti” direbbe Leopardi), che quasi rimanda proprio al canto e all’errare del leopardiano pastore nelle immensità notturne e siderali dell’Asia della nostra esistenza, là dove le opere della Cappelletti trasudano gli ocra granulosi proprio di deserti interiori proiettati nel Cosmo. Pittura suadente e lievemente materica, dove la materia di quegli ‘intonaci’ antichi è liberazione dello spirito e la storia di quei piccoli ed ‘insignificanti’ segni umani ricordo autocosciente proiettato nella vertigine dell’Eternità.
Talvolta, i suoi ‘apporti’ materici sono piccoli oggetti di ferro, corrosi nei toni opacizzati delle ruggini, come diruti emblemi di una classicità obliata, come barbarici vessilli di recupero dopo la distruzione. Un immaginario ed immaginifico parco archeologico fatto di intriganti ricordi emozionali, dove in una luce radente tutta interiore si infrangono le ultime luci della sera.
La Cappelletti che apprezziamo, però, è anche quella scultrice-‘plasmatrice’ di materia, che imprime (nel legno e nella terracotta) i segni dei suoi ‘incomprensibili’ e ‘segreti’ alfabeti ed ideogrammi. Grandi ‘pietre’ levigate come pillore di fiume, create in terracotta dipinta ed internamente cava, sorta di ‘Poesia Visiva’ scritta nell’anima, che ricopre gli algidi massi della memoria, resi caldi nelle cromie di fuoco o freddi nel blu di una notte siderale e, pur nella rotondità contratta ed implosa come di un utero materno, assurgenti a ideali e svettanti menhir dai riflessi ambrati o argentei, impossibili grattacieli ‘nani’ di una città lunare del futuro, ricoperti di segni, di triangoli e di lettere come usciti alla rinfusa dal vecchio cassetto tipografico di un proto. Cippi come di pietra, come lapides romane, grondanti talvolta di rosso, quale richiamo all’amore ultimo del sacrificio e della donazione estrema di sé; ‘ossidati’ di verde o di bruno, quadri tramutati in oggetti tridimensionali dalla morbida superficie curvilinea non ferita da spigoli o asperità, che dischiudono parole e messaggi comprensibili se non attraverso un linguaggio cosmico interiore, dove le lettere e gli elementi geometrici in libertà già tipici delle sue tele (obliqui, capovolti, sovrapposti e deformati come in un’allucinazione libertaria futurista) sono l’estremo omaggio artistico al valore della parola scritta, custode della memoria entro il cuore di una donna.
Varie vie
“La linea geometrica è […] la traccia del punto in movimento […].
Nasce dal movimento […], dalla sua quiete estrema, in sé conchiusa.
Qui si compie il salto dallo statico al dinamico.
La linea è, quindi, la massima antitesi dell'elemento pittorico originario, il punto […].
L'elemento tempo è […] più riconoscibile nella linea che nel punto”
(Wassilij Kandinsky)
“Solo se studi tutte le varie ‘vie’
potrai esser in grado, prima o poi,
di capire che cos'è veramente ragionevole”
(Yamamoto Tsunetomo)
Un insieme razionale, simbolicamente costituito da nove quadri (tre volte tre, la perfezione), paradigmatico palinsesto esistenziale del sentire artistico della Cappelletti, dove possiamo ritrovare molte delle sue ‘icone’. Vie della vita come strade e percorsi reali o possibili, intrapresi o semplicemente sognati; vie come incroci e direzioni dell’esistere. Ecco allora numeri e lettere, segni di ascendenza licatiana (X e Y), pizzi e cuori di terracotta, tralci di foglie verdi e cipressi stilizzati, ma soprattutto frecce e triangoli, linee rette con emblematici opposti versi a indicare il continuo divenire della realtà attraverso le scelte, le ragioni della mente e quelle del cuore. Linee di forza, linee della vita, contrasti di vettori dalle criptiche connotazioni semantiche impresse da differenti (varie) direzioni.
La sua maniera, apparentemente ‘razionale’ di fare pittura e riconducibile all’Astrazione geometrica classica, si intride in realtà di connotazioni simbolico-psicologiche contraddittorie tutt’altro che freddamente governate dalla ratio kantiana. Matrice dei questi suoi ‘silenti’ quadri è ancora una volta il segno, che muovendosi crea elementi primari all’interno di luminosità riempite di colore.
La memoria, le impressioni, le emozioni, le percezioni sensoriali, le intuizioni e le associazioni del pensiero che connotano l’individuo sono proposte attraverso forme geometriche e proprio la geometria diviene ricerca di un arduo e ‘faticoso’ ordine interiore; i colori sono simboli di una vigorosa forza vitale. Una vera e propria metafisica metamorfica della forma che si dissolve e si incendia di colore. E' evidente che, con questo processo, viene abbandonato il troppo angusto recinto della pura estetica per addentrarsi nel regno dove ogni forma diviene una sorta di ‘essere vivente’ nella memoria. La Cappelletti, anche tramite i suoi feticci-amuleti-segni di cotto (cuori e pesci) o di pizzi (cioè, superfici cromatiche corrugate e vivificate da inserti di piccoli ‘oggetti’), ci introduce in questo suo regno iconico ideale come una profetica rabdomante, che con instancabile ostinazione traduce continuamente l’estetica in forme ‘logico-intellettuali’ intrise di inquietante sensibilità irrazionale e quasi eidetica, mediante segni grafici e cromatici che ci disvelano ‘altri’ mondi interiori. In tutto ciò, si inserisce l’unico tassello ‘dissonante’ figurativo, a sottolineare proprio il percorso interiore intrapreso: l’autoritratto, dai grandi occhi nero-lucenti, come icona dell’autocoscienza dell’individuo. La forma sembra essersi definitivamente liberata dal suo supporto classico, la materia, e sembra riuscire ad operare, a farsi visibile, ad esistere, in senso proprio, come in una sorta di perfetta autonomia, quasi si fosse in qualche modo realizzato il platonico dominio dell’iperuranio eidetico. Poi, sotteso ma perfettamente intuibile, una sorta di reditus ad specum,un problematico ritorno dall’universo eidetico, razionale e dell’amore ideale all’universo esistenziale, sensibile ed empirico, dominato dall’amore irrazionale, passionale. La Cappelletti ci insegna ad ‘ascoltare’ il silenzio della forma generatrice e della luce vivificante (summa cromatica), ponendoci in un nuovo rapporto con l'opera d'arte; ci apre una nuova possibilità di esplorazione del Bello e del Bene, dell’estetica e dell’etica, che rappresenta, come già scriveva lo stesso Kandinsky, "la possibilità di entrare nell'opera, diventare attivi in essa e vivere il suo pulsare con tutti i sensi".
Numbers
“Tutto ciò che la natura ha ordinato sistematicamente nell’universo
appare nelle sue parti come nell’insieme
essere stato determinato e organizzato in accordo con il numero”
(Nicomaco di Cerasa)
“Gli adepti trovano nella matematica
gioie analoghe a quelle date da pittura e musica.
Essi ammirano l'armonia delicata di numeri e forme”
(Henri Poincaré)
I numeri sono gli elementi alla base della serie di opere e che compongono questa scrittura simbolica e ‘antropologica’ di Myriam Cappelletti, con assonanze in aderenza a quanto espresso da certa Poesia Visiva, proclami mistico-simbolici più che meri saggi di estetica formale. Numeri quali forme nel ‘segreto’ dell'arte moderna.
Già nell'esoterica Malinconia di Dürer, del 1514, comparivano sedici numeri, disposti in forma di quadrato magico; poi, nel Novecento, rammentiamo i telescopici Numeri innamorati di Balla, del 1925, nei quali sono raffigurati i primi termini della ‘misteriosa’ successione numerica di Leonardo Fibonacci, che descrive le simmetrie della natura; più recentemente, dal 1970, anche Mario Merz impiegò i numeri di Fibonacci come emblema dell'energia insita nella materia e della crescita organica, collocando tali numeri, realizzati al neon, sia sulle proprie opere sia nelle installazioni luminose, come Il volo dei numeri proiettati sulla Mole Antonelliana a Torino. E, ancora, possiamo ricordare il Cinque dorato (Figure Five in Gold) del noto pittore precisionista Charles Demuth, del 1928. Per la contemporaneità, infine, basti pensare Nespolo, che ha fatto dei numeri e del loro dinamico groviglio uno dei soggetti privilegiati dei suoi inconfondibili e coloratissimi acrilici su legno. ‘Idee’ e ‘forme’, geometria come vera essenza del mondo. E l'arte moderna, nel suo percorso alla ricerca della forma pura, è approdata, così, alla matematica.
Ogni opera di questa serie di Myriam Cappelletti è dedicata ad un numero, il cui significato è da rintracciare nella vita personale dell’artista. I numeri hanno avuto da sempre un forte significato: perPitagora erano la base della conoscenza e della filosofia, in gradodi svelare tutti i misteri dell'Universo. Nei quadri della Cappelletti, però, non si tratta di numerologia in senso stretto (cioè lo studio della possibile relazione mistica o esoterica tra i numeri e le caratteristiche o le azioni di singoli oggetti fisici o di esseri viventi), ma di una lettura, tramite il loro simbolo, di eventi accaduti o di peculiarità del proprio vissuto.
Numeri naturali in cifre indo-arabiche e romane, la lettura semantica dei quali ci è disvelata solo in parte, forse, dall’uso dominante del colore all’interno del singolo quadro. Comunque, il significato profondo rimane legato e nascosto nella biografia dell’artista, nella sua più intima privacy, e noi possiamo solamente ‘reinterpretare’, adattandole alle nostre esperienze, le differenti visioni numeriche. Così, ad esempio, il Numero Otto, nelle diafane evanescenze porpora-violacee, con il pesce in basso che nuota e fluttua tra simboli e graffiti, può considerarsi un numero ‘femminile’ di influenza karmica; più di ogni altro, l'Otto rappresenta il confrontarsi con i rischi ed i capovolgimenti di vita.
Procedendo nella lettura-visione dei suoi quadri ‘numerologici’, sorta di Surreal Numbers, al tempo stesso fatti di pittura cromaticamente ‘viscerale’ e di pura geometria ‘qualitativa’, ci rendiamo conto di partecipare come a una grande avventura fantastica.
A Story without Darkness
"Questa debole luce é solo un anelito dell'anima
e l'anima non ha ancora l'ardire di vederla;
essa é presa dal dubbio che tale luce sia solo un sogno
e il cerchio nero la realtà"
(Wassilij Kandinsky)
“Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa”
(Edward Hopper)
Negli itinerari pittorici ‘urbani’ costituenti questa serie di quindici piccoli quadri, come conci isodomi di un prospetto rinascimentale o di un’architettura razionale del Novecento (cm 40x30), prendono forma linearissime figure di astratta modernità ‘futura’.
Le elaborate e ‘semplici’, meditate ed ‘istintive’ composizioni, nelle quali simboliche geometrie primarie ed astrazioni ‘classiche’ si equilibrano in armonie ambientali e metropolitane dirette verso la Luce, rivelano, in Myriam Cappelletti, l’affermazione, modernamente ‘caparbia’ e ostinatamente positiva nonostante tutto, dell’io nell’hic e nel nunc, pur sulle ali di un’invisibile e fragilissima mariposa, che pare voli, ‘temeraria’, in cieli urbani ‘artificiali’ e in notturni lunari suburbani.
Una ricerca indefessa della Luce vera, senza più oscurità, che vivifica la notte, quella artificiale dei neon nelle strade della città e quella lunare che illumina landscapes collinari fatti di spaghi, silhouette di una residuale campagna non ancora urbanizzata, ancora una volta tutta interiore.
Il fascio della luce ‘trapassa’ e ‘penetra’ fino nei meandri più oscuri e reconditi dell’anima, sola nei vortici anonimi della città alienante. Rappresenta la rivolta ‘ragionata’ dell'artista rispetto al buio della materia, con assonanze orchestratamente ordinate, armoniche e pacate solo superficialmente (si osservino i riferimenti alla prospettiva centrale in alcuni abbozzi di vedute di grandi strade cittadine by night), ma che celano movimenti tellurici e vulcanici per dissonanze interiori sottese, quasi dodecafonicamente schonberghiane.
In alcuni elementi di questa sorta di colorata megatarsia musiva, una rete o ragnatela sottile di fili unisce e dà senso all’insieme, con effetti di gioco maliziosamente provocatorio sull’invenzione cromatica delle accennate e rigide strutture architettoniche, in una sorta di alchimia solo apparentemente ‘algida’, ma che apre le porte su deformate vertigini sonore e concettuali, problematicamente interiori e squisitamente postmoderne. Abbagli come di riflessi di luci di automobili nella notte alienata ed anonima della città, contrassegnata da architetture-scatole modernamente e anodinamente cubiche, da grattacieli bucati razionalmente da finestre-alveari, schegge come di cartelloni illuminati americani, scie bianche di aerei in cieli al tramonto; ma anche solitarie campagne italiane, dove l’alberello dipinto in terracotta applicata pare essere un reperto alla deriva, un ex voto antico del sustrato culturale mediterraneo che ricerca la sua luce.
Giampaolo Trotta |