Ilaria Magni

 

 

Ex-fabbrica Zenit – Fuoridalcentro, via Ermolao Rubieri 43, Prato
MYRIAM CAPPELLETTI
GUARDAROBA
di Ilaria Magni
Un alone del fascino dell’oggetto d’uso si sprigiona al solo pronunciare la parola “guardaroba”, che raccoglie nel tempo e trattiene in sé l’idea della scelta, della custodia e della gelosa cura non solo degli indumenti personali ma anche di ciò che sta a cuore nel corso della vita, tra alti e bassi, come un nido, il calore di un sorriso, l’amore dello sguardo materno, la morbidezza di un tessuto, la puntura di uno spillo…
Il termine “roba” (dal germanico rauba), originariamente utilizzato in riferimento alle spoglie di guerra, si indirizza verso il senso di sostanza in generale, un insieme di cose con un qualche valore da possedere, gli “averi” (come accade per Dante nella Commedia e molti secoli dopo per Verga, in Novelle Rusticane e ne I Malavoglia), e in particolare giunge ad indicare un oggetto di vestiario, significato che passa alle lingue romanze, come l’italiano e il francese: curiosamente “roba” era detta anche la cinquecentesca ampia sopravveste femminile, ornata e foderata, chiamata anche vestito, vesta o soprana, oppure la leziosa e assai scomoda e ingombrante veste predominante del XVIII secolo, la robe à la Française.
Nell’atmosfera decadente e suggestiva di un ex spazio industriale, Myriam Cappelletti evoca il suo guardaroba ideale (fatto di vere e proprie vesti cucite in strati di tessuti leggeri, calzature, borse e abiti dipinti, sagome di corpi e abiti stilizzati su tele e pannelli), scavando al suo interno per recuperare oggetti emblematici che riflettono direttamente le fasi della vita personale e alcune criticità dei nostri tempi, compiendo un’azione intellettuale, attraverso un’arte raffinata e “povera” al contempo, con una eco di novecentesche correnti artistiche affini al nouveau realisme, tra assemblaggio e ready made, unendo il senso della materia con la pittura pura e il colore pulito di un “frescante” contemporaneo, alternando linguaggio figurativo e astratto geometrico, nel lirismo soave, delicato e sfuggente delle sfumature dei toni pastello.
Per Myriam Cappelletti il guardaroba è il custode del nostro mondo, è ciò che dà identità, che rassicura a livello sociale, tuttavia al contempo rappresenta una “croce” che impone una maschera, nella misura in cui gli abiti sono il prodotto degli stereotipi che, fin dalla nascita, inducono a recitare una parte di un copione scritto nel destino, un gioco di “predestinazione” del femminile del maschile.
Al centro della scena, su di un vecchio banco da lavoro graffiato dal tempo, una sorta di installazione composta da 4 “vestiti” ai quali corrispondono altrettante paia di calzature in forma di zoccoli di legno, su ognuna delle quali sono assemblati oggetti simbolici: nel primo una pagina di un libro appesa ad un chiodo, una inquietante idea di cultura come una spina nel fianco della società, nel secondo rebbi di forchette in plastica, come emblema della sempre più allarmante emergenza dell’inquinamento, nel terzo dei ramoscelli secchi, a monito degli abusi edilizi, frutto della diffusa indifferenza verso la natura. Sul corpetto dell’ultimo abito una piccola pezza, macchiata di rosso sangue, evoca la violenza sulle donne e la noncuranza che talvolta induce disprezzare la vita umana.

Ilaria Magni